| Pago Veiano | Ufficio Turistico Virtuale |
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| PAESI DEL SANNIO | Il Secolo Nuovo,
19 settembre 1949 |
PAGO VEIANO
Una tipica situazione meridionale: una popolazione affamata in un
paese ricco di possibilità naturali del suolo e del sottosuolo
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Pago Veiano, paese di 2875 abitanti, si snoda a guisa di lungo serpente di case sul fianco di una vasta
collina, lambita alla base dalle acque del Tammaro. Il paese, che rimane a mezza strada tra Pietrelcina
e S. Giorgio La Molara, nonostante l'antico nome romano, non risale a quell'epoca antica, ma è
di recente costruzione (XIV) e non vanta particolari trascorsi storici.
Il territorio agricolo del Comune, che produce grano,olio e vino, si estende per 6.387 tomoli comprendendo
anche l'ex feudo di Terraloggia, in possesso esclusivo di 5-6 grossi proprietari assenteisti.
Dimodocché alla popolazione non rimane in possesso nemmeno il 50 per cento della terra, divisa
in minuscole proprietà da mezzo tomolo a 25 tomoli. Da qui lo stridente contrasto di condizioni
sociali, che riproducono nel tempo attuale l'antica situazione feudale, sopravvivente negli immutati
rapporti di proprietà.
Così mentre a Pago dieci famiglie sono padrone di ben 1.105 tomoli, equivalenti alla metà
del territorio agricolo del Comune, la restante popolazione lavoratrice si deve accontentare di 1.020
tomoli, frazionati in minuscole proprietà particellari che nonassicurano loro i mezzi di sussistenza!
Su un totale di 1.773 proprietà ve ne sono 1.200 di mezzo tomolo!
Su 500 famiglie di Pago Veiano, 60 sono i braccianti senza terra, 150 i braccianti che ne possiedono
qualche palmo, il resto di contadini che coltivano le loro piccole proprietà o conducono in fitto
i fondi dei terrieri, che rispondono ai nomi del marchese don Orlando (800 tomoli) Aloia (1009), Conte
De Cillis (500) D'Imbroglia (800) Di Falco (500) Rosati (500), ecc.
Per di più i terreni dell'ex feudo "Terraloggia" sono affidati nella quasi totalità
a grossi affittuari imprenditori (massai), i quali non riuscendo con le forze lavorative dei propri
familiari a coltivare bene i fondi esuberanti, lasciano degli incolti per allevamento.
Cosicché alla loro agiatezza (ogni grosso massaro possiede in media 20 buoi, 50 pecore, 200 galline,
50 maiali, ecc.) corrisponde la miseria nera del bracciante senza terra e senza lavoro.
La maggioranza della popolazione soffre per questa grande ingiustizia nella distribuzione del lavoro
nelle campagne.
Ma tale ingiustizia è secolare. Essa risale all'usurpazione delle terre demaniali del Comune
da parte delle famiglie nobili del paese (Polvere, Gilardi, Orlando, ecc.) avvenuta nel secolo scorso.
Contro tale ingiustizia verso il 1910 sembrò levarsi un prete di Pescolamazza, don Giuseppe Orlando,
il quale fondò un circolo cattolico fra contadini poveri, la cosiddetta "Società
di S. Donato", sbandierando un programma di lotta per la restituzione al Comune dei terreni usurpati
dai signori. Il movimento ebbe successo riuscendo anche a vincere le elezioni amministrative. Ma ad
un certo punto il prete "populista" abbandonò i contadini, si fece adottare come figlio
dalla Marchesa Gilardi, di cui divenne l'erede, acquistando anche il titolo di marchese.
I contadini abbandonati si rivolsero allora ad un altro "difensore del popolo"-
laico questa volta- l'on. Raffaele De Caro, al quale affidarono la difesa della causa contro gli usurpatori,
ma ad un tratto anche quest'altro "paladino della giustizia" abbandonò
l'impresa acquistando- se non andiamo errati- circa 70 tomoli della marchesina Polvere, che poi ha rivenduto
durante l'ultima guerra per circa sei o sette milioni.
Due tradimenti consumati ai danni del popolo di Pago, che son costati alla maggioranza della popolazione
la condanna alla miseria ed alla fame.
Tremenda e terribile responsabilità di uomini, sui quali pesa la maledizione di un intero paese!
Chi giunge a Pago avverte subito la desolazione dell'ambiente, la tristezza dell'unica via su cui si
affacciano le case spoglie dei lavoratori e le botteguccie squallide dei piccoli commercianti e degli
artigiani poveri, che fanno la fame in conseguenza dell'infima capacità di acquisto dei lavoratori,
specialmente dei braccianti i quali non trovando lavoro nel paese sono stati costretti quest'anno a
falciare il grano per 125 lire al giorno!
D'altro canto le condizioni generali del paese sono disastrose. Non c'è acqua, né edificio
scolastico, né strade praticabili, né fognature.
Di lavori pubblici non c'è nemmeno il ricordo a memoria d'uomo. L'acqua bisogna andare a prenderla
ad una sorgente lontana un Kilometro dal centro abitato.
"Pago è un paese morto" dicono gli abitanti. Eppure questo non è in realtà
un paese senza risorse. Oltre alla fertilità del suolo esistono ricchezze minerarie non sfruttate.
Durante la guerra 1915-18 alcuni prigionieri austriaci, che lavoravano nel fondo del marchese don Orlando,
scoprirono a fior di terra un giacimento di scisti bituminose. Il Marchese promosse una improvvisata
società mineraria, la quale provvide alla costruzione di una fornace in muratura, che entrò
in funzione per qualche tempo. Ma di lì a poco sospese l'attività perché gli attesi
finanziamenti governativi non arrivarono mai.
Né i tentativi sono stati più ripresi. D'altra parte l'agricoltura di Pago, stremata dalla
rendita fondiaria parassitaria, non può subire le necessarie migliorie e trasformazioni (es.
ricostruzione dei vigneti filosserati) da parte dei coltivatori diretti schiacciati dai canoni di fitto
e dalle tasse e con le mani legate dalla minaccia permanente di sfratto.
Ecco la tipica situazione meridionale: una popolazione affamata in un paese ricco di possibilità
naturali e del sottosuolo.
BELFAGOR